Masai Mara 2026

There are journeys that end when you come back home.
And then there are those that truly begin only after.

For me, the Masai Mara was one of those. Silence. Distance. Waiting. And then something shifts…
Without words. Without explanations.

From Nairobi, the first gaze and you immediately understand that you are not the only one observing.

On the way to the Mara, along a road that stays with you forever red dust and endless horizons.

There, everything becomes essential: light, space, life, sunrise and sunset.
I step, with respect, into the life of the Maasai community.

I observe. I listen. I learn.

And then… them. Lions, pure presence.

Giraffes, suspended in time. Hippos, silent, united, guardians of an invisible balance.

Jackals, hyenas… eyes that see everything.

And all around, life flowing… Wildebeest, buffalo, antelopes… And above… the sky.
Wings of raptors tracing endless paths.

Time taking shape. Everything becomes a subject. Nothing excluded.

And in all of this, before even picking up the camera,
there is the gaze.

Through my Leica Noctivid 10x42 I observed, followed, previsualised.

Because photography, for me, does not begin with the shot.
It begins long before. 
First, I enter the scene.
I breathe it in.
I follow it
. I study it.
Only then do I pick up the camera.

In this world, we must not be invasive. We must understand, even at the cost of missing a shot. Because truly living the moment is the only way to know it.

And only then does what you create become unique.

Today, there are many of us.
Same equipment.
Same places.
Same titles.
But what makes the difference is not what you have. It is how you choose to be there.

The uniqueness of a project and the ethics behind it are what remain. It is not just about looking. It is not just about photographing. It is about truly living. And here, a greater responsibility begins. A photographer carries an important role: we have the power to give eternity to a moment. That alone is already immense.

But what I want to do is even more difficult and driven by deep passion.

I want to observe every scene. Follow it. Move closer through my gaze, even through the binoculars, to truly understand it. Then photograph it. But above all… live it. To imprint every step into memory. Not to save the world but to make the world of every person I can reach, of every animal I encounter, a better place.

This is where “If you look at me… I exist” evolves.

Beyond photography. Beyond the documentary. I want to act.
Healthcare.
Medical support.
Veterinary care.
Education.

Why such a mission? In the end, I am just a photographer…

But I believe we cannot simply take and walk away.
Especially when we love nature. Especially when we immerse ourselves so deeply within it. Because the children of these villages are the future.

The future of their land. Of our untouched nature.
One day, they will be the ones to protect all of this.

We cannot only take. We must also give where something is missing.

And this is not someone else’s responsibility. It belongs to all of us.
This is not just a journey. It is work. It is the first step of a documentary, a real story.

Elisabetta Levis and Massimo Vallarin.
Guides. Rangers. A constant presence in the field.

“If you see me, I do exist" is two years old.

Two years of images. Of stories. Of collected truths. The Masai Mara marks a turning point
from telling… to building. And perhaps this is what transforms you. Not what you see but what you choose to do with it.

At night in the Mara, the sky ignites. The stars take your breath away. The fire accompanies dinner. And in the darkness, the calls of animals remain. It is not fear. It is presence. You are inside something alive. And you can no longer stay outside of it.

This journey is not observation.
It is contact. With nature. With people. With ourselves. It is no longer about looking. It is about being there.

If you look at me… I exist

Website: www.semiguardiesisto.com
Instagram: @se_mi_guardi_esisto
Support our project on GoFundMe: Sara Stojkovic Photography

RCE FOTO PALERMO
LEICA NATURA
AFRICALAND EXCLUSIVE SAFARIS

I gioielli di “Se mi guardi esisto”: unicità, simbolo e memoria

Nikhil Das

Gioiello artigianale in argento della collezione “Se mi guardi esisto” di Sara Stojkovic, ispirato alle impronte di animali selvaggi.

Indice

Ogni gioiello della collezione Se mi guardi esisto nasce da un incontro: quello tra l’arte orafa, la natura selvaggia e la storia di un progetto che vive per custodire la vita.

Le impronte forgiate in argento

Le impronte sono il cuore di questa collezione. Forgiate con maestria dall’artigiana orafa Francesca Pierobon, prendono forma dal metallo più puro: l’argento. Vengono fuse e modellate a mano, rendendo ogni pezzo irripetibile. Anche se due gioielli raffigurano la stessa zampa, non esisteranno mai due esemplari identici.

Dai metalli più nobili nascono le impronte dello scimpanzé – simbolo e logo del progetto, ormai perfetta per mostrare la fusione tra due mondi così distanti e così vicini come l'animale uomo e l'animale che proteggiamo – e quelle di leone ed elefante.

Da novembre 2025, ogni gioiello porterà sul retro una numerazione di tiratura, la firma dell’artista e una sigla incisa che rappresenta il luogo d’origine. Un esempio? Gli scimpanzé di Ol Pejeta avranno il loro codice-targa, così come i leoni del Kenya o quelli raccontati insieme a Leo Africa. Un modo per legare per sempre il gioiello al luogo che gli ha dato vita.

E per chi desidera qualcosa di ancora più esclusivo, esiste la possibilità di creare una “zampa dei sogni”, un’impronta unica forgiata su commissione in oro puro.

L’arte dell’intreccio

Accanto al metallo, un’altra artigiana, Marta Damele, intreccia con pazienza e maestria corde di macramè. Il disegno scelto per le collane è l’elica, simbolo senza tempo: quella che spinge le navi nei mari a difendere balene, megattere e delfini, che sostiene gli aerei nei cieli e i sogni oltre i confini. È la stessa elica che vola in alto alla ricerca di piccoli orfani da salvare – come rinoceronti ed elefanti – o di madri in difficoltà.

Ma l’elica è anche il disegno del nostro DNA, il filo invisibile che ci unisce a tutti gli esseri viventi. Indossare un gioiello Se mi guardi esisto significa portare con sé la memoria di questa fusione universale.

Un gioiello, una storia

Questi non sono semplici gioielli. Sono tasselli di una storia collettiva. Possono essere acquistati come regalo speciale, per celebrare un momento importante, ma il loro valore va oltre: ogni collana o bracciale racchiude la voce di un progetto e dei suoi abitanti.

Per collezionisti e mecenati

Chi desidera un pezzo unico e irripetibile potrà scegliere le edizioni più rare: collane numerate, arricchite da perle di Thaiti, perle dei Mari del Sud, opali o zaffiri. Sono pensate come investimento nel tempo, ma anche come cimeli che custodiscono la bellezza di una vita condivisa.

Ogni materiale nobile, così come ogni filo da intreccio, è sempre scelto tra quelli di recupero. Anche per questo il prodotto offerto è unico: raccogliamo, difendiamo e ricicliamo nel rispetto dell’ambiente, evitando di alimentare produzioni che vadano contro la nostra logica di sostenibilità.

Per chi vuole portare con sé un luogo

Accanto alle edizioni da collezione, ci sono i gioielli pensati per chi desidera non solo indossare un segno, ma vivere una storia.

Collane e bracciali impreziositi da semi e pietre nobili raccolte nei luoghi visitati: un modo per avere sempre a contatto con la propria pelle un frammento autentico della terra che quei luoghi racconta.

« Indossare un gioiello Se mi guardi esisto significa molto più che impreziosirsi. Significa scegliere di appartenere a una comunità che guarda, riconosce e protegge la vita. »

Ol Pejeta Conservancy: dove il coraggio incontra la speranza

Nikhil Das

Indice

Ottobre 2024. Il mio viaggio in Kenya mi ha portata nel cuore pulsante della conservazione africana: Ol Pejeta Conservancy. Un luogo che non è solo una riserva naturale, ma un crocevia di speranza, ricerca e dedizione assoluta.

Najin E Fatu

Qui vivono le ultime due rinocerontesse bianche settentrionali al mondo, Najin e Fatu. Le ho viste da vicino, consapevole che davanti a me stava la storia, la fine di un’era e al tempo stesso l’inizio di una sfida immensa: quella di salvare una specie grazie alla scienza, al coraggio e a una comunità globale che non si arrende.

Baraka il rinoceronte cieco

Incontrare anche Baraka, il rinoceronte cieco che oggi vive protetto all’interno della conservancy, è stato toccante. Non può più sopravvivere in natura, ma qui è curato con dedizione e ha assunto un nuovo ruolo: quello di ambasciatore della sua specie.

Baraka, con la sua forza silenziosa, insegna a migliaia di visitatori ogni anno quanto sia fragile e preziosa la vita selvaggia e quanto sia necessario difenderla.

Baraka, il rinoceronte cieco protetto nella Ol Pejeta Conservancy, simbolo di resilienza e tutela della fauna africana.

Telemetria

La ricerca qui è costante. Con i ranger di Ol Pejeta abbiamo partecipato al monitoraggio dei leoni tramite telemetria, una tecnica che utilizza radiocollari per ricevere segnali e localizzare gli animali a distanza. È uno strumento fondamentale per comprendere i loro spostamenti, le interazioni sociali e i territori che occupano. La telemetria non è solo scienza: è il filo invisibile che collega i ricercatori alla vita segreta dei leoni, permettendo di proteggerli e mantenere l’equilibrio tra predatori e prede.

Ranger di Ol Pejeta durante il monitoraggio dei leoni con radiocollari e strumenti di telemetria per la ricerca scientifica.

Safari a piedi

Non meno emozionante è stato il safari a piedi dedicato al birdwatching e allo studio della savana.

Camminare in silenzio accanto al ranger, circondati da rinoceronti, è stato come entrare in un libro aperto: lui sapeva riconoscere ogni impronta, distinguendo se fosse di un predatore o di un erbivoro, di un animale solitario o di un branco. Sapeva leggere una carcassa e raccontarci chi l’avesse cacciata, spiegando le differenze tra il modo di nutrirsi delle iene e quello dei leoni. Ogni dettaglio rivelava quanto ogni specie abbia comportamenti unici, complementari e fondamentali per l’equilibrio dell’ecosistema.

Era come se la savana stessa parlasse attraverso la sua voce.

Safari a piedi nella savana kenyota di Ol Pejeta, con ranger che illustrano impronte, animali e habitat naturali.

Gli scimpanzé di Ol'Pejeta

Ol Pejeta non è solo rinoceronti o leoni. È anche custodia di vite diverse, come gli scimpanzé orfani e salvati dal commercio illegale, che qui trovano un rifugio sicuro e la possibilità di una nuova dignità. È il lavoro dei cani addestrati contro il bracconaggio, che con i ranger pattugliano giorno e notte per difendere la fauna da un pericolo che purtroppo non conosce tregua.

Scimpanzé di Ol Pejeta – Vita e rinascita nella conservancy

I K9: i guardiani silenziosi della savana

Accanto ai ranger, ho avuto il privilegio di lavorare con l’unità K9 antibracconaggio di Ol Pejeta, un gruppo di cani da lavoro straordinari che vivono ogni giorno sulla linea del fronte contro la distruzione. Ho visto “Drum”, lo Springer Spaniel capace di fiutare armi, munizioni e avorio, e i Bloodhounds come Diego, Sarah, Sugar, sempre pronti a tracciare sentieri invisibili per chi vuole fare del male alla natura.

Quello che davvero mi ha toccata dentro è stato vedere con quanta dedizione i loro conduttori si prendono cura di quei cani: ogni pasto curato, ogni addestramento, ogni piccola attenzione come se fossero dei figli. Non sono solo strumenti, ma compagni di missione, anima e sangue di quel lavoro di protezione che spesso resta nascosto dietro le quinte.

Ho assistito alla loro concentrazione quando partivano in missione, al momento in cui un odore sospetto viene captato e si scatena l’azione: fiuto, prontezza, disciplina. E dopo il lavoro, la cura: pulizia, coccole, richiami, ascolto. In quegli attimi capivo che la vera forza di Ol'Pejeta non è solo la tecnologia o il territorio, ma il cuore di chi decide di proteggere, di restare sveglio, di fare la differenza ogni giorno.

Le Stables

Ma oltre alla potenza delle storie che custodisce, ciò che rende Ol Pejeta indimenticabile è la dimensione umana. Ho avuto la fortuna di dormire nelle loro Stables, condividendo spazi, pasti, racconti e risate con chi lavora ogni giorno in prima linea. In quei giorni abbiamo vissuto fianco a fianco con una coppia di ricercatori inglesi, marito e moglie, che studiavano i disegni dei mantelli delle giraffe, diversi per ogni specie. Le loro storie, raccontate al tavolo comune mentre cenavamo all’aperto con giacche a vento e sciarpe per il fresco serale, erano affascinanti e ci facevano sentire parte di una grande famiglia di ricerca e passione.

La mia abitazione era una piccola capanna di mattoni con tetto di paglia, semplice e bellissima. Ogni mattina un uccellino picchiettava sul vetro della finestra, così non c’era bisogno di una sveglia. Quando la luce calava, la Via Lattea illuminava le notti di post-produzione: per avere connessione mi sedevo sotto un tendalino, tra panche e tavoli umidi, circondata da centinaia di occhi luminosi che brillavano nel buio. Intorno a noi il concerto della savana: i leoni che ruggivano, le iene che ridevano o litigavano con loro, tutto a pochi metri di distanza.

Una sera, mentre organizzavamo delle e-mail, una iena ci è passata accanto, sfiorando la nostra casetta a non più di sei o sette metri, tranquilla, silenziosa, prima di sparire nel buio. È stato un incontro che ha racchiuso tutta la magia e l’imprevedibilità di Ol Pejeta.

Se mi guardi esisto

Questa esperienza si intreccia con il mio progetto “Se mi guardi esisto”, nato per raccontare la bellezza della natura e la responsabilità che abbiamo nel proteggerla. La collaborazione con Ol Pejeta rappresenta una tappa fondamentale: unire immagini, storie e azioni concrete per portare al mondo il messaggio che la vita, tutta la vita, merita di essere difesa.

Ol Pejeta è un luogo che insegna. Che ricorda quanto siamo piccoli davanti alla natura, ma allo stesso tempo quanto possiamo essere grandi se scegliamo di proteggerla insieme.

Apparire ricchi sui social e la realtà dietro l’obiettivo

Nikhil Das

Indice

Quando scorriamo un feed di Instagram è facile provare un misto di invidia e ammirazione: una vita fatta di viaggi, attrezzatura costosa e progetti che sembrano realizzarsi senza fatica.

Anche io, per anni, ho temuto di trasmettere quella stessa impressione. Nelle mie foto compaiono spesso binocoli e macchine fotografiche di fascia alta, safari in Kenya e passeggiate tra le foreste vetuste dell’Appennino.

Ma questa è solo la superficie, quella che il mondo vede. Dietro c’è una storia di sacrifici, anni di studio, fallimenti, lacrime e un percorso professionale costruito passo dopo passo.

Il fenomeno della “highlight reel”

Nel linguaggio dei social si parla di highlight reel: la tendenza a pubblicare soltanto i momenti migliori, le vittorie e le esperienze entusiasmanti, lasciando nascosti i giorni più difficili. Come spiega un articolo di Promly dedicato a questo tema, i post che vediamo raccontano “solo i momenti migliori, le storie di successo e le vittorie della vita”, mentre non mostrano “quando qualcuno perde il lavoro, si separa, fallisce un esame… ansia, depressione, frustrazione e molto altro”. Questa selezione di contenuti può generare confronti dannosi e la sensazione di essere gli unici ad avere problemi.

Instagram è diventato il “reel dei momenti perfetti”: matrimoni, viaggi, acquisti luccicanti e abiti di marca. Ma non tutti si riconoscono in questo stile di vita. Per questo le piattaforme – e le persone che le abitano – hanno bisogno di meno finzioni e più verità.

Ho deciso quindi di iniziare dall’inizio. Di raccontare il mio percorso e di far capire quanto è difficile per rendere le persone più consapevoli di ciò che hanno e di ciò che vogliono davvero. Inizierò, passo dopo passo a raccontare la mia storia per renderla tangibile e far capire quanto in realtà siamo tutti sulla stessa barca.

I prodotti che vedete non sono frutto del caso

Uno degli aspetti più fraintesi del mio lavoro riguarda l’equipaggiamento che utilizzo. Binocoli di alta gamma, macchine fotografiche professionali o viaggi apparentemente fuori portata possono far pensare che io abbia grandi mezzi economici. In realtà, molti di questi strumenti arrivano tramite sponsorizzazioni e partnership tecniche: aziende che, dopo anni di dedizione e risultati, hanno scelto di investire in me per la professionalità con cui racconto le loro storie.

Il rapporto tra brand e creatori di contenuti è cambiato molto negli ultimi anni. Se prima alcuni lavori venivano pagati direttamente per post sponsorizzati, oggi molte aziende preferiscono il gifting: inviando gratuitamente prodotti da usare nel quotidiano.

In questo contesto è fondamentale essere trasparenti.

Cosa c’è dietro le quinte

Dietro ogni immagine curata esiste un lavoro complesso e spesso invisibile. Ho trascorso anni a formarmi, accettare fallimenti e cercare il mio stile. Le sponsorizzazioni sono arrivate quando ero già professionalmente matura e in grado di garantire qualità e visione. Ci ho messo ben 8 anni di impegni, porte chiuse in faccia e sempre la solita risposta: “No”.

Colleghi che erano pronti solo a “rubare” quello che avevi, contatti e idee, ma mai pronti a condividere. Ne soffrivo molto, ma questa cosa mi ha forgiato. Dopo 8 anni di delusione e sbagli, dopo essere stata anche molto spesso “bullizzata”, presa in giro per le foto che facevo… altamente criticata per mai guidata… chiedo a chiunque: chi può essere così tanto pazzo o sprovveduto nel voler continuare? Io l’ho fatto. La mia passione era tanto grande ed io sono sempre stata una sognatrice che non mi sono mai arresa e sono andata avanti, convinta che con o senza aiuti, io avrei raggiunto il mio scopo.

Sono grata a chi ha creduto in me, ma non dimentico che quei binocoli e quelle fotocamere sono frutto di migliaia di ore di lavoro e di un percorso costellato di sacrifici personali.

E volete sapere una cosa? Non sono ancora arrivata alla destinazione: ho solo salito i primi gradini di una piramide immensa.

Il marketing digitale, purtroppo, è pieno di esempi contrari. Piattaforme come Instagram sono piene di immagini patinate che raffigurano “lavori, viaggi, acquisti splendenti e abiti firmati”, ma non rappresentano la vita reale.

Non confrontare il tuo backstage con il mio highlight reel

Raccontare il bello non significa nascondere il resto. Quando condivido una foto di me in Kenya o nelle foreste italiane, sto mostrando la parte più affascinante della mia attività. Tuttavia questo non cancella le notti insonni, gli investimenti personali o la precarietà che caratterizza molte carriere creative.

Ebbene si. Molto spesso, ciò che è invidiato o desiderato dalle persone, in realtà è ciò da cui scappano a gambe levate quando hanno la possibilità per farlo. Ti faccio una domanda: per realizzare il tuo sogno, rinunceresti ai fine settimana con gli amici perché non hai neanche i soldi per mettere benzina alla macchina?

Per provare davvero a realizzare il tuo obbiettivo,

  • rischieresti di pagare in ritardo la bolletta della luce?
  • Vivresti con pochissimi euro in tasca e tanta fatica nelle mani lavorando come una matta e non riuscire a vedere altro che fango intorno a te, con la speranza che nessun intoppo ti porti a dover sistemare l’auto che si guasta o il frigo che si rompe?

Mi dirai: “Per un periodo limitato si”. Ed io ti dico: non esiste una fine. Può finire il buio domani, come mai. Non abbiamo certezze in questo. Sei solo tu a crederci. Quindi… riformulo la domanda: “Lo vorresti davvero?”.

Ti faccio un altro esempio: lavoreresti 12, 13 ore al giorno, spesso con i weekend chiusi in casa a strutturare progetti per un sogno che non paga? O quando inizia a farlo magari ti porta a fatica anche solo 400 euro al mese? Chi può essere tanto folle da accettare un lavoro così?

Perché, a parte i privilegiati, le persone comuni lottano per la loro visione e molto spesso si parte tutti dal solito lungo, lento e fangoso VIA.

Non dico che per tutti è così o è stato così, ma per me si. Perché oltre a difendere il tuo sogno nella tua vita, c’è la vita stessa con tutte le gioie e i dolori e i problemi che ne susseguono. Molto spesso si perde di vista il concetto che non esistiamo solo “Io e il mio sogno”. C’è un mondo intorno pronto a tenerti a galla o a mandarti giù e molto spesso la vita è proprio questo, come il mare e a salvarti dalla tempesta, sei solo tu e molto probabilmente dovrai scegliere se con te puoi riuscire a trascinare una zavorra fatta di sogni che pesano come macigni o lasciarla andare giù.

I social media non mostrano ansie, fallimenti e litigi. Per vivere in modo più sano la nostra presenza online bisogna capire che “ognuno può far sembrare la propria vita come vuole agli occhi degli altri”. Non confrontiamo quindi il nostro dietro le quinte con la vetrina altrui: non sapremo mai davvero quali difficoltà si nascondono oltre un’immagine.

Conclusioni

Con questo post voglio invitare a riflettere su ciò che si vede e ciò che resta nascosto.
Essere autentici è un percorso faticoso, ma è l’unico modo per costruire relazioni durature e rispettare chi ci segue.

Nella mia esperienza, le collaborazioni sono nate quando ho saputo offrire valore e costruire fiducia; non sono la causa ma la conseguenza di un duro lavoro.

La vita non è una favola: è fatta di impegno, tentativi e resilienza. E spesso, se qualcuno potesse scambiare la propria esistenza con quella raccontata sui social, probabilmente sceglierebbe di tenersi la propria.

Un viaggio nel cuore di Sasso Fratino con i Carabinieri Forestali

Nikhil Das

Indice

L’11 agosto 2025 ho avuto il privilegio di percorrere uno dei tracciati interni della Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, nel cuore del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi. È stata la prima volta che il mio progetto viene aperto all’interno di questo scrigno di biodiversità grazie alla collaborazione con il Reparto Carabinieri Biodiversità di Pratovecchio per il progetto “Se mi guardi esisto”.

Di seguito racconto la storia e l’emozione di quest’esperienza, intrecciandola con alcune informazioni per comprenderne il valore.

Sasso Fratino: un patrimonio da custodire

Sasso Fratino è una foresta vetusta che si estende per circa 765 ettari sul versante romagnolo del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi [1]. Istituita nel 1959 per volontà dell’allora amministratore forestale Fabio Clauser [1], è stata la prima riserva naturale integrale d’Italia [1] e oggi fa parte della rete delle 130 riserve statali gestite dai Carabinieri [1]. La foresta accoglie alberi monumentali di faggio e abete bianco che superano i quattro secoli di età, con diametri di oltre un metro[2].

La sua eccezionale integrità ha portato nel 1985 al conferimento del Diploma Europeo delle Aree Protette e nel 2017 all’inserimento nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO come parte delle “Foreste primordiali dei Carpazi e di altre regioni d’Europa” [2].

L’area è classificata come riserva naturale integrale secondo la IUCN e la conservazione assoluta è la sua missione: ogni elemento dell’ecosistema, dalle piante agli animali, dall’acqua alle rocce, deve essere tutelato [1] [2]. L’accesso è rigidamente regolamentato: solo per motivi di studio, educazione o vigilanza, e sempre accompagnati da carabinieri forestali esperti [2]. La visita in compagnia del Reparto Biodiversità di Pratovecchio è stata dunque un’occasione rarissima.

Carabinieri Forestali e sorveglianza del parco

Il Parco nazionale affida al Reparto Carabinieri Parco Nazionale “Foreste Casentinesi” la sorveglianza territoriale e il supporto tecnico [3]. Questo reparto, inserito nel Comando Regione Carabinieri Forestali “Toscana”, dirige dieci strutture tra distaccamenti e nuclei per garantire la tutela quotidiana dell’area [3].

Le riserve più delicate, come Sasso Fratino e le riserve biogenetiche casentinesi, sono gestite direttamente dal Reparto Biodiversità di Pratovecchio [3]. La presenza dei Carabinieri non è solo di controllo: grazie a loro e agli enti scientifici si promuovono studi, ricerche e divulgazione per far conoscere il valore della foresta [2].

Il progetto “Se mi guardi esisto

“Se mi guardi esisto” è un reportage fotografico e videografico. Un documentario sulla vita. Secondo il blog di Leica Natura, mio partner tecnico, il progetto è un viaggio che vuole celebrare la bellezza della vita: un percorso ambizioso e itinerante che si snoda tra paesaggi e natura, con tappe ben definite. Potete leggere i loro articoli su di me su leicanatura.it [4]. Quello che dicono penso che sia esattamente quello che vorrei trasmettere a tutti.

Il voler mostrare la bellezza in tutte le sue forme e dimostrare che un problema può diventare un’opportunità. La mia fotografia è rivolta a chi vive con amore e consapevolezza e a chi si prende cura dei più sfortunati, sia in ambito umano sia animale; l’obiettivo è mostrare la bellezza di questi gesti non nella disperazione ma nella felicità. Grazie alla collaborazione con i Carabinieri, ho potuto portare le mie lenti anche all’interno di Sasso Fratino.

Il percorso dell’11 agosto 2025

l  l silenzio di una giornata estiva abbiamo attraversato un sentiero normalmente precluso al pubblico. Ad accompagnarci c’era un carabiniere del Reparto Biodiversità, Brigadiere Alessio Antonelli, con il quale ho condiviso curiosità e rispetto per ogni dettaglio del bosco. Insieme a me, ho avuto il piacere di portare la mia collaboratrice e assistente Alice Mattiello e, tramite la formula “Follow my step” del progetto “Se mi guardi esisto”, due persone molto speciali per me: Martina Bertolini e Andrea Bani.

Lungo il percorso i maestosi faggi e abeti bianchi torreggiavano sopra di noi; alcuni di loro hanno superato i cinque secoli di vita [2]. Fra tronchi caduti e legno in decomposizione, la foresta mostrava l’intero ciclo vitale degli alberi: qui l’uomo non interviene, ed è proprio il legno morto che permette lo sviluppo di microrganismi, funghi e insetti [2].

Procedevamo in fila, seguendo i suggerimenti del brigadiere. Ogni tanto si apriva una radura dalla quale filtrava la luce; il profumo di muschio e foglie umide riempiva l’aria. Il brigadiere Alessio Antonelli ci spiegava come la biodiversità qui sia straordinaria: oltre 20 specie endemiche dell’Appennino [2], più di 81 specie di muschi e licheni [2] e un inventario di 544 specie fungine, alcune scoperte per la prima volta proprio a Sasso Fratino [2]. Si parlava del gatto selvatico, dei lupi che predano cervi e caprioli e delle numerose specie di chirotteri che popolano le cavità degli alberi [2]. Non abbiamo visto grandi animali, ma abbiamo notato tracce e ascoltato il canto degli uccelli tra le chiome.

Rallentando il passo, mi sono lasciata avvolgere dalla dimensione “primordiale” di questa foresta. Pensavo alle faggete che hanno resistito per secoli agli eventi storici, come raccontato da QN Itinerari: i faggi di Sasso Fratino erano già arbusti quando Leonardo dipingeva la Monna Lisa, e oggi sono tra i più antichi d’Europa. Nel 1959 fu la visione di Fabio Clauser a salvare questo lembo di foresta da un piano di taglio [5]; da allora i Carabinieri, proseguendo l’opera del Corpo Forestale, custodiscono il sito con cura e per questo l’accesso è assolutamente precluso, mentre è possibile visitare solo l’ampia area circostante[5]. Essere qui rappresentava quindi una responsabilità, oltre che un onore.

Riflessioni personali e conclusioni

L’esperienza a Sasso Fratino mi ha ricordato quanto siamo piccoli davanti alla longevità della natura e quanto sia importante vedere per riconoscere il messaggio al centro di “Se mi guardi esisto”.

Guardare significa concedere spazio all’esistenza dell’altro: che si tratti di un albero secolare, di un fungo raro o di una persona che lotta per la tutela di questi luoghi. Camminando al fianco del Carabiniere, ho compreso il significato profondo del loro lavoro di sorveglianza e tutela: proteggono la foresta, ma anche ne diffondono la conoscenza [2] [3].

Portare questa esperienza nel mio blog, come prima testimonianza per questa nuova avventura del progetto, significa raccontare una storia di collaborazione. Senza l’impegno del Reparto Biodiversità e l’apertura del progetto “Se mi guardi esisto”, non avrei mai potuto entrare nel cuore della riserva. Scrivere di Sasso Fratino significa contribuire alla sua difesa, perché – come ricorda il ministro Gilberto Pichetto Fratin nel recente convegno per i 40 anni del Diploma europeo – la gestione condivisa e sostenibile di questi patrimoni naturali è un dovere verso le nuove generazioni [1].

In un mondo affaticato da crisi ambientali, raccontare la bellezza intatta di Sasso Fratino e gli sforzi di chi la preserva è un atto d’amore. Se anche solo una persona, leggendo questo racconto, sentirà il desiderio di proteggere ciò che ci circonda, avrò raggiunto l’obiettivo che dà senso sia al mio blog sia al progetto “Se mi guardi esisto”.

Verso il documentario: evoluzione del progetto

Il progetto “Se mi guardi esisto” continua a crescere e a prendere nuove forme. Oltre al percorso fotografico, si è avviato anche un importante sviluppo sul lato documentario-video: ad aprile inizieranno le riprese (in Africa, precisamente in Kenya) della puntata pilota di una serie di episodi che daranno vita a un documentario narrativo. Questa evoluzione nasce dal desiderio di raccontare le storie e le emozioni della natura attraverso il linguaggio audiovisivo, portando lo spettatore ancora più vicino ai luoghi e alle persone coinvolte.

E sono onorata di poter inserire anche una parte tutta italiana, ovvero Sasso Fratino come una delle puntate che poi verranno trasmesse al pubblico.

Ringraziamenti agli sponsor

Come autrice di questo reportage, Sara Stojkovic Pescia, desidero dedicare una postilla di gratitudine a chi ha sostenuto il progetto “Se mi guardi esisto”. L’esplorazione di Sasso Fratino non sarebbe stata la stessa senza gli strumenti giusti e il sostegno di partner che condividono la mia visione.

Grazie a Leica Natura per avermi fornito il binocolo Trinovid 8×42, con cui ho potuto osservare anche le parti più nascoste e insidiose della foresta [4] ; la nitidezza di quest’ottica mi ha permesso di cogliere dettagli che a occhio nudo sarebbero sfuggiti.

Un ringraziamento speciale va anche a RCE Foto Palermo: la loro attrezzatura fotografica mi ha permesso di lavorare con professionalità e comodità, trasformando ogni sosta in un momento produttivo e sicuro. Senza il supporto di queste realtà, raccontare la bellezza di un luogo così complesso sarebbe stato molto più difficile [5].

Una dedica a Gabriele Fanetti

Desidero dedicare questo reportage a Gabriele Fanetti, amico e mentore scomparso da poco. Gabriele, titolare dello storico negozio Foto Moderna di Siena, è stato un punto di riferimento per fotografi professionisti e amatori [7]. A lui devo l’inizio della mia avventura fotografica: negli ultimi dieci anni mi ha sostenuta, spronata e coccolata, credendo nelle mie capacità anche quando ancora non sapevo distinguere tra una macchina fotografica e l’altra.

Chi lo conosceva lo ricorda come una vera e propria istituzione del mondo dell’immagine, sempre pronto a condividere la sua passione e a sostenere i sogni di chi voleva fare della fotografia un mestiere [7]. La sua disponibilità, la lungimiranza e la capacità di coniugare tradizione e nuove tecnologie hanno lasciato un segno indelebile [7].

Per me Gabriele è stato un faro di speranza, di ambizione e di amore, un compagno di viaggio che porterò sempre con me. Dedico a lui questo percorso in Sasso Fratino, con la promessa di continuare a coltivare la sua eredità: credere nella bellezza delle immagini e nella possibilità che la fotografia offra sempre nuove opportunità [7].